Da Putin a Trump, i meccanismi psicologici, le tecniche di propaganda e i modelli narrativi che alimentano il consenso per chi governa con la forza
Uno dei fattori più importanti è la ricerca di stabilità in tempi percepiti come caotici. Quando le persone percepiscono crisi economiche, guerre o minacce esterne, immigrazione percepita come destabilizzante, cambiamenti culturali rapidi, tendono a preferire leader che promettono ordine e controllo.
Questo fenomeno è legato alla teoria della personalità autoritaria sviluppata da Theodor W. Adorno, caratterizzata da:
In situazioni di insicurezza, molti individui percepiscono la democrazia come confusa e lenta, mentre il leader autoritario appare decisivo, protettivo e semplice nelle soluzioni.
Adorno – Personalità autoritariaQui entrano in gioco vari bias cognitivi.
Le persone cercano informazioni che confermano ciò che vogliono credere. Se qualcuno pensa «il paese è in declino», «le élite mentono», «serve qualcuno che rompa le regole», allora un leader che viola norme istituzionali può apparire coraggioso, non pericoloso.
È una scorciatoia mentale: «se uno è aggressivo e dominante allora è competente». Questo è molto sfruttato nella comunicazione politica.
Il leader diventa simbolo del gruppo. Chi lo critica viene percepito come un attacco alla propria identità. Questo fenomeno è spiegato dalla Social Identity Theory di Henri Tajfel.
Nel caso russo questo fattore è enorme. Il sistema mediatico legato al Cremlino costruisce una narrativa in cui la Russia è accerchiata, l'Occidente vuole distruggerla, Putin difende la patria.
Questa strategia è studiata come propaganda moderna. Un riferimento classico è Edward Bernays, che spiegava come le masse possono essere guidate attraverso narrazioni emotive.
Edward Bernays – PropagandaTrump ha mostrato un modello diverso da quello russo. Il suo consenso è legato a tre fattori comunicativi:
Violando norme linguistiche o istituzionali appare autentico e anti-sistema.
Divide il mondo in due campi: «il popolo vero» contro «le élite corrotte».
Uso massiccio dei social per bypassare i media tradizionali. Questo è stato analizzato nel quadro del populismo mediatico.
Dal punto di vista evolutivo esiste un fattore più profondo. Gli esseri umani sono una specie sociale che per millenni ha vissuto in gruppi gerarchici. In situazioni percepite come pericolose emerge una preferenza per leader aggressivi, dominanti e protettivi.
Questa dinamica è studiata nella Dominance Theory in psicologia evoluzionista.
Dominance Theory – Psicologia evoluzionistaLa paura è una leva potentissima. Secondo la Terror Management Theory, sviluppata tra gli altri da Sheldon Solomon, quando le persone percepiscono minacce esistenziali diventano più conservatrici, sostengono leader forti e accettano limitazioni delle libertà.
Terror Management Theory – SolomonUn fenomeno interessante è la reinterpretazione morale. Quando un leader infrange le regole, i sostenitori possono razionalizzare:
Questo meccanismo è simile alla dissonanza cognitiva descritta da Leon Festinger.
Dissonanza cognitiva – FestingerMolti leader autoritari costruiscono una narrazione quasi messianica: il paese è decaduto, il leader lo «salverà». È un modello antico, storicamente usato da figure come Mussolini, Hitler, Stalin. La psicologia politica lo chiama culto della personalità.
Culto della personalitàNon tutti i sostenitori sono «autoritaristi». Molti li sostengono perché credono davvero che difendano interessi nazionali, sono delusi dalla classe politica tradizionale, cercano rappresentanza identitaria.
Questo spiega perché il consenso può essere anche sincero, non solo manipolato.
L'attrazione verso leader autoritari nasce da una combinazione di:
Quando questi fattori si sommano, anche violazioni dello stato di diritto possono essere reinterpretate come segni di forza e coraggio.
I sistemi di propaganda contemporanei — sia nei regimi autoritari sia in alcuni movimenti populisti — utilizzano schemi ricorrenti, studiati in psicologia politica e comunicazione di massa. Qui i 7 meccanismi principali, con il loro funzionamento psicologico.
Uno dei pilastri della propaganda è definire un nemico costante: una nazione straniera, una minoranza, un gruppo politico interno, le élite culturali o economiche. Nella narrativa russa, l'Occidente viene descritto come aggressore che vuole distruggere la Russia.
Questo meccanismo sfrutta la teoria dell'identità sociale di Henri Tajfel. La logica psicologica è semplice: se esiste un nemico, il gruppo si compatta attorno al leader.
Social Identity Theory – TajfelLa propaganda elimina la complessità. Problemi enormemente complessi vengono ridotti a slogan: «prima gli americani», «denazificare», «difendere i valori tradizionali».
Questa tecnica sfrutta l'euristica cognitiva: le persone preferiscono spiegazioni semplici e intuitive. Il risultato è una narrazione binaria:
Un principio classico della propaganda: ripetere la stessa idea fino a farla sembrare vera. Questo fenomeno è noto come illusory truth effect, studiato tra gli altri da Daniel Kahneman nel contesto delle euristiche cognitive.
Se un messaggio viene ripetuto continuamente in televisione, sui social, nei discorsi politici, il cervello lo percepisce come più credibile.
Illusory Truth Effect – KahnemanParadossalmente, molti regimi forti si presentano come vittime. Questo serve a giustificare azioni aggressive e creare solidarietà interna. Frasi frequenti: «ci vogliono distruggere», «ci attaccano perché siamo forti», «difendiamo la nostra civiltà». La psicologia del vittimismo attiva empatia e protezione del gruppo.
Il leader viene presentato come figura eccezionale: forza fisica o virilità simbolica, saggezza strategica, legame diretto con il popolo. Questo schema è stato usato storicamente da Stalin, Hitler, Mussolini. Nella propaganda moderna assume forme più sottili, ma il principio resta: il leader incarna la nazione.
Una tecnica molto moderna consiste non nel convincere, ma nel confondere. Si diffondono contemporaneamente versioni contraddittorie, teorie complottiste, interpretazioni alternative. Molte persone concludono: «la verità non si può sapere». Il risultato è cinismo e passività politica.
Alcuni leader rompono deliberatamente le norme istituzionali o linguistiche. Questo produce due effetti: appare come autenticità e rafforza il legame emotivo con i sostenitori, che interpretano la trasgressione come coraggio, anti-conformismo e sfida alle élite.
| Meccanismo | Effetto psicologico |
|---|---|
| Nemico esterno | coesione del gruppo |
| Semplificazione | riduzione della complessità |
| Ripetizione | percezione di verità |
| Vittimismo | mobilitazione emotiva |
| Culto del leader | identificazione simbolica |
| Confusione informativa | paralisi critica |
| Trasgressione | percezione di autenticità |
Nella propaganda legata al Cremlino sulla guerra in Ucraina si riconoscono alcuni modelli narrativi ricorrenti. Non sono slogan casuali: sono strutture narrative coerenti, ripetute su TV, social, diplomatici e canali mediatici. Diversi centri di analisi della disinformazione (UE, NATO, università) hanno osservato che molte narrazioni si organizzano attorno a 5 grandi cornici narrative.
Questa è probabilmente la narrazione centrale. Secondo questo racconto, la NATO avrebbe accerchiato la Russia, l'Ucraina sarebbe diventata una base occidentale, Mosca avrebbe agito per autodifesa. Questa narrazione rovescia il ruolo aggressore/vittima.
Meccanismo psicologico: giustificazione morale dell'azione violenta + riduzione della dissonanza cognitiva. In sostanza: non è un'invasione, ma una guerra difensiva.
Un'altra narrativa molto diffusa sostiene che l'Ucraina non sarebbe una vera nazione e sarebbe dominata da nazisti. L'uso del termine «nazista» è molto potente nella memoria storica russa, legata alla Seconda guerra mondiale.
Questa retorica sfrutta un forte elemento simbolico — la Grande Guerra Patriottica — per giustificare moralmente la guerra come «denazificazione».
Qui la guerra viene inserita in uno scontro di civiltà. L'Occidente sarebbe moralmente decadente, promuoverebbe valori contrari alla tradizione, cercherebbe di indebolire la Russia. Questo schema è molto efficace perché mobilita valori culturali e identitari, non solo geopolitici.
Un elemento chiave della strategia informativa russa è delegittimare qualsiasi fonte alternativa: i media occidentali mentono, le immagini sono manipolate, le accuse sono montature. Questo produce quella che alcuni studiosi chiamano «strategia della confusione»: se tutte le fonti sono considerate propaganda, molte persone arrivano alla conclusione che la verità non si possa sapere.
La guerra viene spesso presentata non come conflitto locale ma come scontro epocale: la Russia sarebbe l'ultimo baluardo contro il dominio occidentale, molti paesi del mondo sarebbero dalla sua parte. Questa narrazione ha due obiettivi: rafforzare il morale interno e attrarre simpatia nel cosiddetto «Global South».
| Narrazione | Funzione |
|---|---|
| Russia costretta alla guerra | giustificazione morale |
| Ucraina nazista o artificiale | delegittimazione del nemico |
| Occidente decadente | mobilitazione identitaria |
| Media occidentali bugiardi | delegittimazione dell'informazione |
| Guerra globale | trasformazione simbolica del conflitto |
Le tecniche della propaganda russa contemporanea presentano notevoli continuità con quelle della propaganda sovietica della Guerra fredda. Il contesto tecnologico è diverso (oggi esistono internet e i social), ma la struttura narrativa e psicologica è sorprendentemente simile. Si possono individuare almeno sei grandi somiglianze.
Durante la Guerra fredda l'URSS sosteneva di essere circondata da potenze ostili: questo serviva a giustificare la militarizzazione, rafforzare la coesione interna, legittimare il potere politico. Anche oggi la propaganda russa insiste sull'idea che la NATO stia accerchiando la Russia e l'Occidente voglia distruggerla. È la stessa logica psicologica della «fortezza assediata».
La propaganda sovietica descriveva gli USA e i paesi occidentali come imperialisti, aggressivi, moralmente decadenti — linea diffusa tramite organi come Pravda e KGB. Oggi ritroviamo schemi simili: Occidente decadente, società occidentali in declino morale, complotti occidentali contro la Russia.
Nell'URSS il culto della leadership era evidente soprattutto sotto Joseph Stalin. Nella Russia contemporanea il culto è meno esplicito, ma la comunicazione attorno a Vladimir Putin utilizza molti elementi simili: immagine di forza, competenza strategica, legame diretto con la nazione.
Durante la Guerra fredda il KGB conduceva campagne di «misure attive» (aktivnye meropriyatiya): diffusione di notizie false, manipolazione di movimenti politici, propaganda anti-occidentale all'estero. Uno degli esempi più famosi fu una campagna che sosteneva che il virus HIV fosse stato creato dagli USA. Oggi le tecniche sono simili ma usano strumenti nuovi: social media, reti di siti informativi, influencer e bot.
Una tecnica tipica della propaganda sovietica era: «anche l'Occidente mente». Questa strategia non difende necessariamente la propria versione dei fatti; piuttosto attacca la credibilità degli altri. Il risultato è una forma di relativismo: se tutti mentono, nessuna verità è affidabile. Questa logica è ancora molto presente nella comunicazione russa contemporanea.
La propaganda sovietica utilizzava fortemente il mito della vittoria contro il nazismo. Questo elemento rimane centrale nella narrativa russa. La Seconda guerra mondiale — la «Grande Guerra Patriottica» — è spesso evocata per legittimare azioni militari, mobilitare patriottismo, demonizzare i nemici. La retorica della «denazificazione» dell'Ucraina si inserisce esattamente in questo schema.
La propaganda sovietica era relativamente centralizzata. Oggi invece la strategia informativa è molto più distribuita e caotica. Utilizza social media, influencer, canali alternativi, meme e contenuti virali. In altre parole, la propaganda moderna è più fluida e meno riconoscibile.
La propaganda russa contemporanea non è semplicemente una creazione recente: è in parte l'evoluzione di modelli sovietici adattati all'ecosistema digitale.
Rimangono costanti: narrativa dell'accerchiamento, demonizzazione dell'Occidente, uso della memoria storica, relativismo informativo, campagne di disinformazione.
Cambiano invece gli strumenti e la velocità di diffusione.
A differenza dei sistemi autoritari classici — come quello russo — basati su una propaganda istituzionale organizzata e sistemica, il modello comunicativo di Donald Trump presenta una caratteristica peculiare: l'uso frequente di affermazioni false o fuorvianti pronunciate direttamente dal leader.
Non si tratta solo di “fake news” diffuse da apparati mediatici, ma di una strategia comunicativa centrata sulla figura del leader stesso. Questo produce diversi effetti psicologici.
La fonte dell'informazione non è più il sistema mediatico, ma il leader. La verità diventa ciò che il leader afferma.
Attraverso social media e comunicazione diretta, il leader bypassa ogni verifica giornalistica. Il rapporto è immediato: leader → pubblico.
Anche quando le affermazioni sono smentite, il loro impatto emotivo può risultare più forte dei fatti. Questo è coerente con gli studi sul primato delle emozioni nella percezione della verità.
La ripetizione di affermazioni contraddittorie o inaccurate non mira sempre a convincere, ma a rendere instabile il concetto stesso di verità. Questo avvicina il modello alla logica della confusione deliberata già osservata nella propaganda contemporanea.
Accettare la versione del leader diventa un atto di appartenenza al gruppo. La verifica dei fatti passa in secondo piano rispetto alla lealtà.
In questo senso, il caso Trump rappresenta un'evoluzione della comunicazione populista: non tanto un sistema che produce propaganda dall'alto, ma un leader che diventa egli stesso il principale produttore e garante della narrazione.
Gli studi su propaganda e consenso autoritario si collocano all'incrocio tra psicologia cognitiva, psicologia politica, scienze della comunicazione, geopolitica e data science. Di seguito le opere e i centri di ricerca principali citati o rilevanti per i temi trattati.